#Brexit: una riflessione sul referendum per l’uscita dall’Unione Europa

La Gran Bretagna ad un passo dall’uscita dalla UE, ma veramente?

Da residente in UK ho imparato a capire certe dinamiche proprie della cultura inglese e del loro modo di vedere le cose (lo so, c’è molto altro ancora!).

Per certi aspetti penso si accomuni ad una certa visione nordica, nello specifico tema del post devo dire che questi britannici hanno le idee chiare su diversi aspetti legati al progetto politico ed economico europeo, e non è di fatto una novità anche per chi non vive qui ma ha imparato nel tempo ad apprendere le strategie.

Era il 1973 quando il Regno Unito entra a far parte del Common Market, dopo qualche anno già si tiene un Referendum per uscirne. Di fatto la permanenza continua, anche se fondamentalmente il popolo nonchè la politica si sono guardati bene dal lasciare la propria moneta, la Sterlina, ed entrare a far parte dell’Eurozona.

L’Italia, come altri stati vicini, ha come sappiamo seguito un’altra direzione e di fatto a mio avviso ha scavato un baratro agevolando il declino che la posiziona nel punto critico attuale. Per gli orgogliosi europeisti il nostro paese è uno dei padri fondatori del progetto, proprio a Roma nel 1957 insieme a Lussemburgo, Belgio, Francia, Olanda, Germania Ovest, danno vita al Trattato di Roma istituendo la Comunità Economica Europea.

Il Regno Unito ha le idee chiare sul non volere un governo decentrato ma anzi avere la propria autonomia ed indipendenza politica e governativa in materia economica, alimentare, territoriale, migratoria.

Decisioni prese tramutate poi in leggi direttamente a Bruxelles e casi che crescono sempre di più esautorando il Parlamento locale che si limita a legiferare solo per alcuni aspetti. Si stima che un minimo del 15% delle leggi in vigore nel territorio UK arrivi dalla politica europea di Bruxelles, tutto ciò implica una perdita di potere legislativo e decisionale che livella le nazioni pur essendo profondamente diverse.




Quali sono i principali punti di disaccordo?

Il malumore nasce da questi pochi e semplici macro-punti:

  • Un’autonomia legislativa locale limitata all’85% (se va bene);
  • Il pagamento di una membership all’Unione Europea del valore di £10 miliardi di sterline all’anno;
  • Il libero movimento delle persone e l’incapacità del controllo dei flussi migratori. Nigel Farage, ma anche diversi membri del Partito Conservatore, guida la campagna elettorale con questo punto bene a mente;
  • Una carenza di rappresentanza politica globale dove piuttosto che presentarsi come UK la nazione si presenta come UE insieme a tutti gli altri Stati appartenenti;
  • Il salvataggio coatto e la grave crisi economica che imperversa in alcuni degli Stati membri (Italia, Grecia in primis);

Le motivazioni sono abbastanza valide, l’Italia a mio avviso avverte in parte lo stesso tipo di malumore nonostante il sentimento non sia così diffuso da creare un dibattito serio tra i partiti ed i fannulloni della politica italiana.

Probabilmente il parlarne si identifica più con il classico esercizio italiano del lamentarsi, ora del cambio sbagliato dell’euro rispetto alla lira (oh maledetto Prodi!), ora della crisi del lavoro, piuttosto che al campo agro-alimentare dove in verità il problema è grave e reale. Il settore lamenta un profondo distacco legislativo tra la realtà sul campo e la materia testuale approvate al Parlamento Europeo ed attuata sul territorio nazionale.

EU reform deal: cosa ha ottenuto David Cameron?

David Cameron ha ottenuto un discreto e vantaggioso accordo la settimana scorsa presso i negoziati a Bruxelles, questo favorisce in tutto e per tutto la nazione a discapito degli altri membri e crea un precedente importante che di fatto mina la sicurezza e la stabilità del progetto europeo.

Il Regno Unito dal 2020 sarà esente dal “mantenere” e pagare le spese agli Stati non virtuosi del gruppo qualora ne abbiano bisogno, inoltre non pagherà più al 100% i benefits a coloro che non si sono stabiliti da almeno 4 anni e perciò non abbiano versato tasse e contributi al sistema. Di questi benefits, ce ne sono che vanno all’estero per i figli rimasti in patria di emigrati risidienti in Uk, d’ora in poi ci sarà un calcolo basato sul costo della vita del paese in cui risiedono piuttosto che essere inviati in base al valore UK.

On in-work benefits: The Council would authorise that Member State to limit the access of newly arriving EU workers to non-contributory in-work benefits for a total period of up to four years from the commencement of employment. The limitation should be graduated, from an initial complete exclusion but gradually increasing access to such benefits to take account of the growing connection of the worker with the labour market of the host Member State. The authorisation would have a limited duration and apply to EU workers newly arriving during a period of 7 years.

On child benefit: A proposal to amend Regulation (EC) No 883/2004 of the European Parliament and of the Council on the coordination of social security systems in order to give Member States, with regard to the exportation of child benefits to a Member State other than that where the worker resides, an option to index such benefits to the conditions of the Member State where the child resides. This should apply only to new claims made by EU workers in the host Member State. However, as from 1 January 2020, all Member States may extend indexation to existing claims to child benefits already exported by EU workers. The Commission does not intend to propose that the future system of optional indexation of child benefits be extended to other types of exportable benefits, such as old-age pensions;

Inoltre, in materia di sovranità il deal recita che il Regno Unito non verrà inflitto di ulteriori perdite decisionali e non farà parte del più stretto sistema Europa che mira alla creazione degli Stati Uniti D’Europa, un esercito europeo, etc. Perciò manterrà il suo attuale stato di potere e controllo che non è di fatto al 100% ma di contro sarebbe comunque superiore a tutti gli altri Stati membri che andranno a perdere ulteriore sovranità.

SovereigntyIt is recognised that the United Kingdom, in the light of the specific situation it has under the Treaties, is not committed to further political integration into the European Union. The substance of this will be incorporated into the Treaties at the time of their next revision in accordance with the relevant provisions of the Treaties and the respective constitutional requirements of the Member States, so as to make it clear that the references to ever closer union do not apply to the United Kingdom.”

Oltre a questi punti prevalenti Cameron assicura la permanenza for ever della sterlina rispetto al potenziale passaggio obbligatorio all’Euro dal 2020. Ha inoltre assicurato che la sterlina non venga discriminata rispetto l’euro e venga riconosciuta come moneta alternativa nei processi economici e delle transazioni finanziare. Ovviamente Londra gode di referenziale rispetto vista la sua prominenza finanziaria.

Il dibattito è assai acceso, tutti i partiti sono fondamentalmente coinvolti e ci sono defezioni verso il movimento Leave the EU sia nel partito conservatore che quello laburista. Addirittura alcuni dei fedelissimi del saldo esecutivo conservatore supportano la campagna di uscita, tra cui ministri e segretari di gabinetto, nonchè il popolare Boris Johnson, attuale sindaco di Londra e possibile futuro Primo Ministro.

Al momento si danno a pari merito le due fazioni, interessante dare uno sguardo a questa rappresentazione creata dal canale televisivo Channel 4 dove in base alla provenienza, al grado di educazione ed all’età ci si indirizza verso l’una o l’altra posizione.

Polls EU-UK Polls EU-UK Polls EU-UK

Come detto in precedenza il partito UKIP di Farage sottoscrive in pieno la campagna pro-uscita e basa buona parte del suo messaggio su un tema molto caro alla loro posizione: i flussi migratori.

La Gran Bretagna ha sempre attirato grandi masse di lavoratori e nuovi residenti, compresi gli italiani. Tuttavia, il numero attuale è decisamente sproporzionato rispetto alla media, basti pensare che nel 1997 l’immigrazione netta (il numero delle persone che arrivano meno quelle che vanno via) era di circa 47,000. Negli anni a seguire il numero è cresciuto ed ha raggiunto i 320,000 nel 2005. Il totale tra il 1997 ed il 2010 è un impressionante numero equivalente a 3.6 milioni di immigrati.

I numeri di questi ultimi sei anni sono altrettanto importanti, parliamo di circa 450.000 persone che arrivano ogni anno. Tutto ciò nasce dal fatto che l’Unione Europea ha aperto ed apre le porte a nuovi stati emergenti, tra cui Romania, Polonia, Bulgaria, Rep. Ceca, il tutto tenendo bene a mente le grandissime difficoltà causate dalla crisi economica che ha investito ed investe molti degli stati europei.

La principale preoccupazione della politica britannica in materia migratoria è che i numeri citati sono in prevalenza appartenenti a persone europee che perciò arrivano liberamente e rappresentano una immigrazione incontrollata, a differenza di extra-europei che per poter entrare devono ottenere un visto ed avere un perchè nella società (ingegneri, medici, etc).




Premesso che tutto ciò sia giusto, non di rado si ascolta o si legge una propaganda e demagogia politica rivolta a coloro che sono emigrati e che vengono additati di un viaggio verso il paradiso del benefit senza un minimo di rispetto per la cultura locale. Ovviamente tutto ciò non è la realtà perchè la maggior parte (mi spingerei tranquillamente verso un 90%) non si azzarda a sfiorare l’idea di approfittare del generoso sistema welfare del Regno Unito prima dei 5 anni, molti non lo faranno mai si intende.

Oltretutto c’è da menzionare che dei moltissimi che arrivano ce ne sono tantissimi che vanno via perchè immaginano il trasferimento una passeggiata, della serie:”Ciao Mamma, vado a Londra a trovare lavoro!”. Quello che tanti non considerano è che la città è carinissima ma carissima negli affitti (una delle motivazioni è la carenza importante di alloggi e territori costruttivi), qui si parla inglese, la competizione è altissima, etc.

Dunque, da che parte sto io? Premesso che non potrò votare in quanto è un diritto solo ed esclusivamente per i cittadini UK e quindi non ha molto valore il mio punto di vista, mi piace immaginare la cosa rapportata al sistema Italia.

Parto dalla logica che sia vicino al MoVimento Cinque Stelle, ho condiviso ed ancora credo nel fatto che una delle rovine dell’Italia sia la politica insulsa che ci rappresenta nonchè l’appartenenza all’Unione Europea ed alla cosiddetta Eurozona. Se dovessi votare domani in Italia per un uscita guidata penso di essere d’accordo tra l’80% ed il 90%, ci sono dei punti importantissimi relativi al post-uscita che bisogna realmente considerare per bene prima di apporre una X, al momento almeno per quanto riguarda l’Italia tutto ciò non è ancora in uno stato così avanzato.

I britannici ci insegnano come aver mantenuto la propria moneta ed aver avuto una politica leggermente più integra abbia favorito lo sviluppo del mondo del lavoro e dell’economia, disoccupazione attuale al 5.2% e livello di crescita annuale al 3%. I britannici ci insegnano come sbattendo i pugni in Europa si possano ottenere delle cose (sapevate che loro sono fuori anche dal vincolo del 3% rapporto deficit-PIL?), ci insegnano come chi fa da sa fa per tre, come non fidarti del politico marcio mangia denaro pubblico, come dare esempio di democrazia affidando al popolo una scelta importante come quella di decidere se far parte del sistema Europa o meno.




Conclusioni

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